Il digital twin non è un oggetto. È un sistema. E per le aziende che producono oggetti fisici, diventerà inevitabile.
Un articolo di: Claudia Colantonio
In PPK Innovation lavoriamo spesso con aziende che producono oggetti fisici: prodotti configurabili, prodotti complessi, prodotti con varianti, mercati diversi, reti commerciali e canali digitali. In quasi tutti questi contesti, prima o poi emerge la stessa parola: digital twin.
A volte viene associata al 3D, a volte al metaverso, a volte alla simulazione, a volte alla manutenzione predittiva. Ma nella maggior parte dei casi la domanda reale che le aziende stanno cercando di risolvere è un’altra: come gestire la complessità del prodotto e dei processi in modo coerente tra vendite, marketing, produzione, e-commerce e sistemi interni.
Digital twin come modello organizzativo e di gestione del prodotto.
Non è un caso che il mercato stia crescendo così velocemente. Le ricerche indicano che il mercato globale dei digital twin crescerà in modo esponenziale, arrivando a centinaia di miliardi di dollari entro il prossimo decennio, con tassi di crescita superiori al 35 – 40% annuo. (Fortune Business Insight).
Ma il dato interessante non è la dimensione del mercato. È il motivo per cui cresce. La complessità dei prodotti e dei sistemi aziendali è ormai troppo alta per essere gestita senza una rappresentazione digitale coerente.
Per le aziende che producono beni fisici, il digital twin non è più un tema sperimentale o futuristico. Sta diventando un’infrastruttura di business.
Secondo diverse ricerche industriali e studi di McKinsey, i digital twin permettono di:
- ridurre tempi di sviluppo prodotto
- migliorare l’efficienza operativa
- ridurre costi di manutenzione
- aumentare i ricavi grazie a migliori esperienze di configurazione e vendita dei prodotti.
In alcuni casi si registrano riduzioni dei tempi di sviluppo fino al 20 – 50%, miglioramenti dell’efficienza operativa fino al 25% e incrementi di ricavi legati all’esperienza cliente e alla configurazione prodotto.
Questo significa che il digital twin non è un tema IT. È un tema di modello di business.
Dove nasce l’equivoco?
Quello che vediamo spesso nei progetti è questo: l’azienda decide di sviluppare un configuratore o un digital twin e il progetto viene impostato come progetto di esperienza digitale. Si parte dal modello 3D, dall’interfaccia, dal configuratore.
Il problema è che il configuratore è solo la parte visibile di un sistema molto più grande.
Dietro a un configuratore ci sono sempre:
la struttura del prodotto, le varianti, le regole di configurazione, i prezzi, i codici, le configurazioni salvate, le integrazioni con CRM, e-commerce, sistemi gestionali, produzione e marketing.
Se questa parte non è progettata come sistema, succede quasi sempre la stessa cosa: il configuratore funziona, il progetto viene lanciato, ma dopo uno o due anni diventa difficile da mantenere. Ogni modifica costa tempo, i dati non sono allineati tra sistemi e l’evoluzione del prodotto diventa un problema tecnico invece che un processo di business.
Il punto che interessa davvero al business
Quando parliamo con imprenditori, direttori commerciali o direzioni generali, la conversazione non dovrebbe partire da “facciamo un configuratore 3D”, ma da una domanda diversa:
Come vogliamo gestire digitalmente il nostro prodotto e le sue configurazioni nei prossimi anni?
Perché il vero tema non è la visualizzazione, ma la gestione coerente del prodotto tra:
vendite, e-commerce, marketing, CRM, produzione, sistemi gestionali e assistenza.
Quando queste informazioni vivono in sistemi separati, ogni reparto lavora su una versione diversa del prodotto. Nel tempo questo genera errori, inefficienze e costi operativi che spesso non vengono neanche misurati.
Il digital twin, se progettato correttamente, diventa invece il punto centrale in cui vive la definizione digitale del prodotto e da cui tutti i sistemi aziendali attingono informazioni.
Un caso concreto
In uno dei progetti su cui abbiamo lavorato, l’obiettivo iniziale era sviluppare un configuratore 3D per prodotti configurabili venduti sia tramite rete commerciale sia tramite e-commerce. Il rischio, come in molti progetti simili, era quello di concentrare tutta la logica nel configuratore.
La scelta fatta è stata diversa: la configurabilità dei prodotti (opzioni, varianti, parti configurabili, combinazioni) è stata gestita in un sistema di backend centrale, accessibile tramite API, mentre il configuratore 3D si limita a leggere queste informazioni e a rappresentarle.
Questo ha permesso di ottenere alcuni risultati molto concreti. Da un lato è stato possibile mantenere invariati i formati dati e le integrazioni già esistenti con CRM e sistemi gestionali, evitando di dover riscrivere integrazioni già in produzione. Dall’altro lato l’evoluzione del catalogo prodotti e delle configurazioni è diventata gestibile in autonomia sviluppando un’infrastruttura di backend, senza dover intervenire ogni volta sul configuratore.
In parallelo è stato costruito un customer journey completo che parte dalla configurazione del prodotto, passa dal salvataggio della configurazione, dalla generazione di un codice e arriva fino all’integrazione con e-commerce, CRM e gestione ordini esterno.
La parte invisibile è quella che determina il ROI
Uno degli errori più comuni è valutare questi progetti dalla qualità della visualizzazione o dell’esperienza utente. In realtà, la differenza tra un progetto che genera valore e uno che diventa un costo nel tempo sta quasi tutta nella parte invisibile: architettura dei dati, gestione delle configurazioni, integrazione con i sistemi, governance del sistema nel tempo.
Un configuratore 3D si può rifare.
Un sistema di gestione digitale del prodotto, se costruito bene, diventa un’infrastruttura aziendale.
Per questo motivo il nostro lavoro come partner strategici non parte quasi mai dal configuratore, ma dall’analisi della struttura del prodotto, dalle regole di configurazione, dai flussi tra sistemi e dal modo in cui l’azienda vuole vendere e gestire i propri prodotti nei prossimi anni.